Anoressia complicato rapporto madre- figlia

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Anoressia complicato rapporto madre- figlia

anoressiaSi, proprio così,  per le anoressiche di tutte le età  12-25 e persino per le 40 enni, “la magrezza” è più importante della salute! Nulla gratifica di più  dell’ottenere l’infinito potere di fare a meno del cibo: ogni arma è lecita ai fini del  risultato ovvero ” dimagrire”: lassativi, esercizi fisici fino a consumarsi, fame che rasentano lo svenimento …Le cause  è vero, sono culturali, i mass media propongono modelli di ragazze pelle ed ossa che sfilano filiformi ed emaciate, ma posso constatare che buona parte del problema è maturato in famiglia. La madre dell’anoressica,  sposata ad un padre assente o depresso, pare esserne la causa principale. Lo si vede durante le sedute, lo si apprende dai racconti delle pazienti: genitrici manipolatrici, simbiotiche, squalificanti, esageratamente presenti, poco autentiche e sabotatrici di ogni minimo tentativo di guarigione. Nessuno può permettersi di spezzare il doppio filo che lega questa relazione perversa, perché una è parte integrante dell’altra. Come può un’anoressica, incamminarsi in un processo di individuazione che non è mai iniziato? Quali strumenti  può inventare per sopportare l’invasione costante dell’altra nel proprio mondo (quando l’altra è chi ti ha dato la vita?) Come si può non sentirsi inadeguati,  inutili e degni di essere puniti e per questo odiarsi? La rete come sempre corre in mio soccorso, questo articolo offre spunti di riflessione ed apre a nuovi confronti.  Mi piacerebbe se Psicoaiuto potesse ricevere le Vostre preziose testimonianze. Loredana

IL PROBLEMA DELLA RELAZIONE MADRE-FIGLIA   NELL’ANORESSIA MENTALE.

Negli ultimi anni il fenomeno dei disturbi alimentari, come l’anoressia,   è  in continua crescita. Da una recente stima, pare che in Italia l’1% delle   ragazze tra i 12 e i 25 soffra di questa malattia. Le cause sono culturali,   ma soprattutto familiari. L’anoressia e la bulimia, sono definite “malattie   del benessere”, disturbi riscontrabili maggiormente nei paesi ricchi, infatti   nei paesi poveri come l’Etiopia ad esempio, non si riscontrano casi. Questi   disturbi sono figli di una società che esalta la magrezza in modo ossessivo,   la eleva a ruolo di status symbol, a simbolo del successo, infatti, in   qualunque rivista, pubblicità, ricorre spesso l’immagine di una modella   magra, bella che è ammirata da tutti. Quest’immagine è associata a valori   positivi come l’affermazione, l’essere famosa per la sua bellezza, il   successo appunto. Tuttavia, non è certo l’emulazione il vero problema,   l’anoressia ha radici molto più profonde. A. Gordon muove l’ipotesi che   questo rapido e recente dilagare di tali malattie sia da ricondursi al   radicale mutamento delle aspettative sociali verso le donne. Oggi giorno queste   ultime sono spinte ossessivamente al successo, ad un’autostima ipertrofica;   devono incarnare il modello della “superdonna”, creando un grosso conflitto  con l’educazione ricevuta da genitori legati a vecchi modelli che consiste   nell’essere accondiscendente, moglie fedele e passiva. La giovane malata esprimerebbe quindi una crisi culturale in modo inconsapevole riguardo al   tema dell’identità femminile, inserito in un contesto culturale in cui il   ruolo della donna è limitato ancora da un potere maschile. Liberandosi   dall’ingombro del corpo, la donna ricerca la tanto anelata autonomia. Oltre a   queste importanti cause socio-culturali comunque, a mio avviso, la ricerca   dell’autonomia nasce in famiglia ed è uno degli aspetti principali della   patologia. Una cosa che accomuna le ragazze che soffrono di anoressia o   bulimia, è l’enorme senso di vuoto che hanno dentro, il senso di impotenza   nel determinare il proprio destino, il sentirsi dipendenti, il bisogno   disperato di avere conferme positive, di essere accettate da tutti, di   trovare qualsiasi modo per placare quel devastante senso di inadeguatezza che   le opprime. Tutto questo disagio nasce dal contesto familiare, dove coesiste   anche un’enorme difficoltà di comunicazione tra i membri. Le giovani malate   hanno difficoltà a chiedere aiuto e si chiudono nel loro mondo personale,   quello che H. Bruch definisce una “gabbia dorata”. Sono prigioniere di se   stesse, chiuse una solitudine impenetrabile che le attanaglia   indissolubilmente. Forse, a questo punto, il loro unico grido d’aiuto è   l’autodistruzione; la loro marcata emaciazione testimonia la disattenzione di   una società, di una famiglia indifferente, che non si cura di loro. Diventare   invisibili per essere finalmente viste. Le radici di questo vissuto di   profondo dolore sono spesso da ricercarsi nel rapporto con la madre. Il   legame madre-figlia costituisce il nucleo della patologia. Queste madri   s’identificano fortemente con le loro figlie, come compensazione di una   relazione deludente con il marito. Sono donne che hanno sacrificato la loro   vita, le loro ambizioni per la famiglia e che di conseguenza hanno sviluppato   vissuti depressivi e attaccamenti morbosi per le loro figlie. Spesso   assistiamo ad un ribaltamento di ruolo, è la figlia che deve occuparsi dei   bisogni incessanti della madre, la quale pretende sempre di più, ha bisogno   di essere contenuta e pretende la perfezione dalla figlia. Paradossalmente la   ragazza anoressica risponde con la costruzione di un corpo “ideale” per se,   stando ad indicare il volersi ritagliare uno spazio suo, distinto da quello   della madre, sebbene la sua distanza fisica ed emotiva sia ancora da   elaborare per queste ragazze. Il nucleo del problema però sta proprio in   quest’indifferenziazione dalla madre, una regressione allo stato fusione-confusione   con l’altro che la ragazza cerca in tutti i modi di spezzare, per costruirsi   un’identità sua. Il messaggio è il seguente: ”lasciami andare devo staccarmi   da te!!”, anche se la separazione è molto dolorosa, e lo diventa ancora di   più tanto più le ragazze sono impigliate tra le maglie di una forte   dipendenza di chi non riesce ad accompagnarle in questo cammino. Si tratta di   un circolo vizioso che la ragazza cerca in tutti i modi di spezzare e   l‘anoressia sembra l’unica strada per riuscirci. La magrezza sembra l’unico   aspetto di sé da esibire, come dimostrazione di poter rinunciare a tutto e a   tutti, in mezzo a persone dipendenti da mille bisogni. La Bruch afferma che   la disturbata relazione con la madre influisce sulla percezione del sé, e   delle sensazioni proprie della ragazza, in quanto, fin da bambina le venivano   imposte le sensazioni e i bisogni della madre, visto che quest’ultima non   riusciva a vedere la bimba come “altro”da sé. Il risultato è quindi un   disconoscimento dei confini dell’io, un’incapacità a riconoscere ciò di cui   si ha bisogno e difficoltà a crearsi una propria identità ed autonomia. Il   controllo ossessivo del peso, del corpo, può dare l’illusione alla mente di   controllare la realtà: il corpo è l’unica sfera possibile da controllare, visto   che non riescono a controllare tutti gli altri aspetti della loro vita,   caratterizzati dalla presenza di una madre dominante. Almeno in questo ambito   possono decidere loro, essere finalmente autonome, anche a costo della vita.   Alcune ragazze si sentono “reali” solo sentendo le loro ossa premere contro   la propria pelle, sentono che solo così la loro esistenza ha senso. La loro   eccentrica magrezza dà un senso alle loro vite, è una forma provocazione, per   tutta la vita sono esistite per gli altri, hanno assecondato i loro bisogni   soprattutto quelli della madre, ma ora decidono loro come vogliono essere. La   dicotomia corpo-anima trova in questa malattia la sua apoteosi, liberarsi del   peso incontenibile del corpo per liberare l’anima, sublimarla a mete più alte.   Sopravvivere su un piano prettamente psichico abbandonando quello fisico. La   drammaticità di questa malattia è proprio in questo distacco dalla realtà, in   questa violenza rivolta verso se stessi che resiste a vari tipi di cure; è   così evidente in questa patologia come la psiche e il corpo non siano più una   funzione unica, ma come una lavori a scapito dell’altra.Una cosa è certa: il miglioramento e la guarigione passano attraverso  una modificazione dei legami affettivi; ciò significa che   dobbiamo riuscire a ristabilire i ruoli far comunicare il dolore della figlia   alla madre. Queste donne sono di solito egosintoniche, ed è molto difficile   portarle al fulcro del problema. Il cambiamento che porta alla guarigione   deve avvenire attraverso la modificazione del proprio mondo psicologico da   parte di ciascun membro della famiglia con conseguente ristrutturazione   dei legami familiari. Diventa necessario “accompagnare” questi   ultimi, specialmente la madre, all’insight, a trovare quell’empatia con la   figlia che non c’è mai stata e di cui la ragazza ha assolutamente bisogno.La paziente anoressica, attraverso l’espressione dei sintomi: vuole   proprio ridiscutere e modificare le relazioni intrafamiliari;   questo è l’obiettivo finale da perseguire ed è disposta a mettere in gioco la   sua vita. Quindi l’analisi delle relazioni familiari e l’aiuto psicologico   rivolto anche ai genitori e alla madre in particolare, rappresentano la parte   principale dell’intervento psicologico di queste forme di disagio. I genitori   soprattutto devono essere aiutati dallo psicoterapeuta della famiglia a riappropriarsi   del proprio ruolo in termini di protezione e d’affetto e non ad   essere dipendenti dalla figlia. Attualmente è molto forte la tendenza ad   allontanare le ragazze e ragazzi anoressici dalla propria famiglia,   attraverso l’utilizzo di comunità terapeutiche, ma è consigliabile che questa   soluzione resti l’ultimo approccio da tentare, ossia, ricorrere ad esso solo   quando è proprio necessario. Dobbiamo insistere sulla comunicazione tra i membri   della famiglia, lavorare sui “vuoti”, il primo creato dalla madre e l’altro   dal padre, con le sue assenze, e colmarli. La ragazza dovrà capire che la   madre non è che non la stimi, è solo che “non la vede”, perché è centrata   troppo sulle sue frustrazioni, angosce, alle quali reagisce con un ossessivo   controllo sugli altri e con la tendenza a dominare. Su questo tipo di   problematica per fortuna possiamo intervenire, in modo da ricostruire tutta   la dinamica familiare ristabilendo cosi il giusto omeostasi.

Dott.ssa   Silvia Brigiotti

 Fonte: http://www.associazionelibra.org/testi/madrefiglia.html

 

 

Dott.ssa Blanco
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Ricevo nello studio di TORINO, C.so Francia 20