Dipendenza da Psicofarmaci

Con il termine psicofarmaco si indica una classe di farmaci che agisce sul sistema nervoso centrale. Esistono diversi tipi di psicofarmaci che, a seconda del loro effetto terapeutico, vengono chiamati ansiolitici (o tranquillanti minori), antidepressivi e antipsicotici (o tranquillanti maggiori). A questi possiamo aggiungere il litio come rappresentante dei composti utilizzati come stabilizzanti dell’umore.

Come riescono questi farmaci a diminuire l’ansia, l’angoscia o l’eccitazione? A questa domanda è difficile rispondere. Quello che oggi è noto è che tutti gli psicofarmaci agiscono modulando la comunicazione tra le cellule del sistema nervoso. In particolare, essi modificano i livelli delle sostanze che permettono alle cellule di comunicare tra loro, oppure modificano la sensibilità delle cellule a queste sostanze. Questi effetti sono reversibili: cessano nel momento in cui si smette di assumere un determinato farmaco.

Gli psicofarmaci non eliminano i disturbi per sempre. Quando assumiamo un ansiolitico perché la sera fatichiamo a prendere sonno, mettiamo a tacere un sintomo, “l’insonnia appunto”, ma non eliminiamo il motivo per cui il sintomo è comparso: una giornata particolarmente faticosa e stressante, per esempio. Così, se anche il giorno successivo sarà faticoso e stressante è possibile che l’insonnia si ripresenti. Questo porta ad una regola generale molto importante: tutti gli psicofarmaci posseggono un’azione sintomatica, sono in grado cioè di colpire alcuni sintomi, quali l’ansia, l’insonnia, l’angoscia o l’umore depresso, però non sono in grado di eliminare i motivi per cui questi sintomi sono comparsi. Questo modo di considerare gli psicofarmaci non vuole dire che essi sono poco utili; al contrario, è importantissimo avere qualcosa per dormire se siamo sempre svegli o qualcosa che blocchi l’angoscia se ne siamo preda. Tuttavia, esso pone l’accento sul fatto che è sempre un errore considerare gli psicofarmaci come l’unico intervento terapeutico a disposizione.

Dobbiamo sempre chiederci: che cosa stiamo facendo per stare meglio oltre a prendere dei farmaci che ci aiutano a diminuire i sintomi? Magari, per tornare all’esempio del sonno, se, oltre a prendere per alcuni giorni un ansiolitico, imparassimo ad organizzare la nostra giornata lavorativa in maniera più razionale e meno caotica, alla sera saremmo meno stressati e riusciremmo a dormire più facilmente. Contemporaneamente, l’impegno del mondo della ricerca è rivolto a sviluppare farmaci che possano essere in grado di colpire con precisione sempre maggiore i meccanismi coinvolti nella genesi dei disturbi.

Una conseguenza piuttosto importante dell’effetto sintomatico degli psicofarmaci è che appare inutile prendere contemporaneamente due o più farmaci appartenenti alla stessa classe.

Esistono diverse tipologie di antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici, ma ricordo che vanno prescritti in base ad un loro dosaggio e modalità di assunzione solo dallo Psichiatra o dal Medico di riferimento. Il fai da te è sempre “dannoso e controproducente”.

Molto spesso l’avversione nei confronti dell’uso degli psicofarmaci risiede nella generica convinzione che si tratti di droghe, cioè di farmaci di cui, una volta iniziato l’uso, non si riesce più a fare a meno. In aggiunta, spesso si ritiene che essi possano danneggiare irrimediabilmente il “cervello”. Entrambe queste affermazioni sono scorrette. Infatti, l’effetto degli psicofarmaci sulla trasmissione cellulare nel sistema nervoso è reversibile, cioè cessa alla sospensione del trattamento. E questo senza lasciare conseguenze irreversibili.

Pertanto, alla luce delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione, si può tranquillamente affermare che gli psicofarmaci non danneggiano il nostro sistema nervoso. Rispetto al timore, una volta iniziato il trattamento, di non essere più in grado di interromperlo, cioè di sviluppare dipendenza, vale la pena ricordare che questo problema può essere superato con semplicità, iniziando, sempre su indicazione specialistica, una riduzione lenta e progressiva del farmaco.

Per aiutare il paziente a smettere di abusare di psicofarmaci o di usarli in maniera casuale ed impropria, è necessaria una psicoterapia che motivi la persona ad uscire dal tunnel della dipendenza, limitando l’impatto degli effetti collaterali da astinenza e donandole la possibilità di lavorare davvero sulla causa del sintomo protagonista dei disturbi di cui soffrono.

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