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Bruxismo: ovvero digrignare i denti nel sonno

No!!! BRUXISMO non è una “parola aramaica”, purtroppo…….

Il bruxismo è quella patologia del sistema masticatorio caratterizzata da serramento e/o digrignamento dei denti e da movimenti a bocca vuota, periodici e stereotipati. Attualmente viene classificato dall’ASDA (American Sleep Disorders Association) tra le parasonnie.

L’intenso ed esteso consumo dentale sino, nei casi più gravi, all’esposizione pulpare con conseguenti algie dentali e rottura, chiede l’intervento di varie terapie che il dentista è chiamato ad eseguire su tali pazienti.  Il bruxismo provoca una sintomatologia dolorosa piuttosto imponente a carico dell’ATM e della muscolatura ad essa connessa, rendendo questa patologia compromettente per il sistema masticatorio, con tutto ciò che ne consegue in termini di disagio funzionale specifico e psicologico.

Sintomi associati al bruxismo sono stanchezza, fatica, dolore mattutino e ipertrofia dei muscoli masticatori ai quali si associano frequentemente ipersensibilità dentale e cefalea di tipo tensivo.

Per quanto riguarda l’eziologia, la maggior parte delle teorie attribuisce al bruxismo una genesi multifattoriale, discriminando tra fattori periferici (anatomia, occlusione dentale) e centrali (SNC, psicologici). Nonostante ciò la teoria di Ramfjord, basata sulle interferenze occlusali come importante fattore eziologico, ha fornito per decenni la base scientifica delle terapie del bruxismo. Più recentemente sono state prodotte prove scientifiche di come la rimozione delle interferenze non modifichi il bruxismo e di come l’inserimento di interferenze occlusali artificiali (bites), provochi una diminuzione e non un aumento dell’attività muscolare nel 90% dei soggetti sottoposti a tale applicazione. Ps: il bite è una mascherina trasparente che si appoggia sulle arcate dentarie superiori ed inferiori proteggendo appunto i denti.

In uno studio sul bruxismo in relazione alla fisiologia del sonno, è stato dimostrato come nel sonno non-REM( la fase in cui non si sogna per intnderci) vi sia un’associazione tra episodi di bruxismo e arousal (improvvise diminuzioni della profondità del sonno), con un aumento della frequenza cardiaca e del movimento degli arti. Ciò suggerisce che gli arousal periodici siano il meccanismo fisiologico che ospita al suo interno gli episodi di bruxismo, come avviene in altre parasonnie.

E’ stato inoltre dimostrato che nei fumatori, responsabile la nicotina, la prevalenza di bruxismo è doppia rispetto ai non fumatori, con un numero di episodi di bruxismo per notte maggiore fino a 5 volte. Anche in questi casi si potrebbe ipotizzare un aumento del tono dopaminergico.(un’altra buona ragione per pensare di smettere!!!)

In un’ottica psicodinamica la bocca del bruxista è quell’organo in cui la psiche somatizzare un disagio: il digrignare i denti racconta qualcosa di spiacevole che da sveglio non riesce ad individuare, ma che ogni notte, attraverso l’ inconscio, tenta di triturare per poterla finalmente mandare giù e digerire, ovvero “un conflitto” verso il quale serra i denti, come in una prova di resistenza alla quale, instancabilmente, si sottopone. Attraverso i meccanismi della rimozione e della negazione, il contenuto emotivo inaccettabile non viene mentalizzato (elaborato e portato alla coscienza), ma viene ritualizzato, continuamente,  indirizzando la scarica neuro-vegetativa che originariamente accompagna l’emozione negativa su un organo bersaglio, in questo caso la bocca.

Da chiarire il fatto che anche le esperienze piacevoli possono agire da stressori, nel senso che esse rappresentano un mutamento e richiedono che l’organismo si adatti. Inoltre nell’essere umano c’è un bisogno innato di ciclicità e di novità, che mantiene l’individuo in uno stato di positiva stimolazione. La carenza di stimoli funge in sé da fattore stressante. Cos’è allora che rende dannosa l’esposizione a tali fattori? Sicuramente il superamento di un certo limite di tollerabilità da parte dell’individuo, che tramuta lo stato di attivazione in agitazione e angoscia; inoltre se la costanza di risposta allo stress è evocata troppo di frequente o mantenuta per un periodo troppo lungo, essa costituisce un fattore di rischio, in quanto mantiene l’organismo in un costante stato di allarme senza adattamento.

Gli stressors che più influiscono sullo stato di salute psicofisica della persona sono quelli che intervengono nel suo ambiente familiare durante il suo sviluppo. Genitori iperprotettivi o affettivamente inadeguati, abbandoni, abusi, instabilità nei rapporti e nell’assetto familiare ecc…possono favorire nell’individuo l’insorgenza di una serie di disturbi psicosomatici e altre psicopatologie.

La distensione è definita come il conseguimento di un tono di riposo ed una diminuzione della tensione sia muscolare che psichica, rendendo le energie disponibili all’individuo per le sue attività.

I metodi psicologici di distensione possono essere raggruppati in due grandi categorie:

1. Metodi in cui la distensione è eteroindotta, cioè provocata da fattori esterni al soggetto, si basano sulla suggestione e trovano il loro rappresentante più valido nell’ipnosi. E’ proprio dall’osservazione di questi fenomeni che si è giunti anche agli esercizi di training autogeno

2. Metodi in cui la distensione è autoindotta, cioè viene provocata dal soggetto stesso, egli deve impegnarsi attivamente. Di questo gruppo fa parte il training autogeno, il cui ideatore è il medico e psicologo tedesco Johannes E. Shultz (ne parlerò  in maniera più approfondita nel mio prossimo articolo).

Il bruxismo è una di quelle patologie che tutt’oggi risentono della scissione tra professione medica e psicologica. Come abbiamo visto esso è un disturbo che coinvolge varie aree della salute di chi ne è affetto e dovrebbe essere trattato con un approccio integrato di varie figure professionali. La proposta di affiancare l’intervento dell’odontoiatra gnatologo a quello dello psicologo nasce proprio con l’intento di restituire l’unità biopsichica alla persona, soprattutto quando ci si trova a trattare un disturbo strettamente legato alle sue dinamiche emotive e quando queste stesse dinamiche, rimosse e non mentalizzate, contribuiscono alla genesi di una patologia che i pazienti stessi considerano “somatica”. L’utilizzo del training autogeno consente a queste persone di prendere contatto con la loro realtà corporea e psichica insieme, di esperirne i legami e di imparare come lo stato emotivo e il tono affettivo possano produrre modificazioni del tono neurovegetativo e muscolare e, a lungo termine, del loro stato di salute.

Fonte: http://www.psicologi-a-roma.it/articoli/8-articoli-scientifici/26-il-training-autogeno-e-la-sua-applicazione-con-i-pazienti-bruxisti

Dott.ssa Blanco
Dott.ssa Blanco
Ricevo nello studio di TORINO, C.so Francia 20